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Dissidenti o dilettanti? Quando l’arte insegna ma non ha scolari

mag 14, 2013 by

Secondo il saggista e storico della musica Gianfranco Vinay i termini “dissenso” e “dissidenza” sono stati riferiti negli anni Settanta ad ogni interpretazione ideologica, manifestazione culturale o artistica divergente da una linea ufficiale e, nel caso specifico, dalla linea ufficiale del PCUS. Il termine in sé, quindi, richiama l’idea di un disaccordo e di uno scisma rispetto ad una ortodossia culturale dominante in un determinato paese (storicamente i paesi dell’Est). Da allora le forme di dissenso si sono ampliate profondamente toccando vari campi del sapere, non ultimo quello artistico. Quest’ultimo è però diverso dal dissenso politico che, in ultima analisi, e cioè quando i diritti inalienabili vengono intaccati da ideologie e istituzioni, sfocia nell’alienazione, nell’opposizione anti-sistema e infine nella guerriglia o nel terrorismo. L’arte invece ha forme pacifiche di dissidenza e spesso hanno avuto un riscontro maggiore delle forme di violenza, soprattutto ragionando nel lungo periodo. Il dissenso artistico, infatti, non è legato necessariamente ad un periodo quanto piuttosto alla lotta di uno status quo. Nella storia ci sono stati molti esempi importanti: nella letteratura possiamo ricordare Majakovskij il cantore della rivoluzione di ottobre, Federico Garcia Lorca che lottò contro il regime franchista, Yukio Mishima morto suicida per l’indipendenza del Giappone dalle democrazie occidentali; nella musica  John Lennon, Bob Dylan, De Andrè; nella pittura Dalì, Picasso, DeCamp. Ogni forma d’arte ha sempre avuto un bacino di dissidenti molto ampio e il dissenso artistico ha sempre avuto bisogno di una componente sociale per essere legittimato. Oggi, però, assistiamo ad una preoccupante inversione di tendenza che è strettamente legata alle forme d’arte contemporanee: prima di tutto l’artista viene “pagato” o comunque remunerato, e molti puristi potrebbero storcere il naso visto che l’arte dovrebbe essere spontanea; di conseguenza qualsiasi forma di dissenso viene a mancare di credibilità visto che difficilmente un cane morde la mano di chi lo sfama. Venendo a mancare il dissenso da parte dell’arte rimane solo il dissenso politico e sociale, e questo ci pone di fronte ad un altro problema: che cassa di risonanza può avere la dissidenza politica verso la cittadinanza tutta? Senza contare che ci si addentra in un percorso ricco di giudizi di valore e opinioni squisitamente soggettive sul tipo di governo e governabilità a cui si auspica. Se ci aggiungiamo che oltre agli “artisti” stipendiati oggi ci troviamo di fronte a moltissimi artisti improvvisati, dei veri e propri dilettanti con mezzi all’avanguardia e nessuna capacità, possiamo tranquillamente ammettere che l’arte ha una voce sempre più flebile, che sta venendo a mancare la tesi o l’antitesi del dissenso e che, come diceva Gramsci riferendosi alla storia, l’arte è ancora capace di insegnare ma ormai non ha più scolari.

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