W3vina.COM Free Wordpress Themes Joomla Templates Best Wordpress Themes Premium Wordpress Themes Top Best Wordpress Themes 2012

EMERGENZA RIFIUTI: PROBLEMA RISOLTO?

giu 28, 2012 by

Secondo una recente indagine ISTAT Napoli risulta essere tra le città virtuose per la raccolta rifiuti. Questa notizia conferma quella diffusa tempo fa dall’amministrazione comunale, secondo cui in due quartieri diametralmente opposti quali Scampia e Posillipo la raccolta differenziata aveva raggiunto il 70%. Inversione di tendenza, dunque, rispetto agli anni bui in cui le strade della città e di buona parte della regione versavano in condizioni di completo degrado, con cumuli di spazzatura in ogni angolo. Può, però, questa notizia tranquillizzarci sotto tutti i punti di vista in modo da considerarci definitivamente fuori da una situazione vergognosa e da rischi igienico-sanitari in cui nessun paese civile dovrebbe incorrere? Per capire tutto ciò bisogna fare qualche passo indietro.

 

 

In Campania, e nella provincia di Napoli e Caserta soprattutto, da quasi due decenni si vive il drammatico stato di emergenza rifiuti. Sin dal 1994 il governo nazionale dichiarava lo stato di emergenza, per poi stabilirne la fine soltanto nel 2011. Prima ancora che le sirene mediatiche facessero il giro del mondo, la nostra regione ha visto nascere e crescere generazioni di giovani che hanno vissuto la crisi rifiuti come normalità, come condizione preesistente, come una croce da portare addosso. Ma perché nasce la crisi e, soprattutto, perché si è sviluppata in queste proporzioni? Come è possibile che la crisi sia diventata maggiorenne senza che nessuno abbia non solo trovato una soluzione alla stessa ma quantomeno provato a arginarla o limitarne gli effetti? Le risposte a queste domande vanno a monte del problema stesso, della cattiva gestione della raccolta rifiuti in Campania e degli interessi politici sottostanti. Nonostante da qualche mese la situazione sembri essere tornata sotto il livello critico, la realtà è che il problema continua a persistere e le conseguenze, silenziose ma dannatamente pericolose soprattutto a lungo termine, minano pesantemente la salute dei cittadini. La raccolta differenziata, infatti, ormai adottata dalla gran parte dei comuni interessati all’emergenza in percentuali più o meno accettabili, aiuta a ridurre drasticamente la quantità di indifferenziato secco, che poi è quello che, unito a tutto il resto, veniva lasciato per strada per settimane perché le discariche esistenti erano strapiene. Strapiene, già. È questo un elemento di discussione molto interessante, che però spesso non è stato preso in considerazione in maniera adeguata dai media. Perché le discariche campane avrebbero dovuto durare almeno altri quindici anni per la capienza e per la stima sulla produzione dei rifiuti regionale. In altre parole, la crisi sarebbe dovuta cominciare più o meno ora, come sta accadendo a Roma, Milano e Palermo. Perché, dunque, il processo di emergenza da noi è stato più veloce che altrove? La risposta non va cercata tanto nello sversamento dei rifiuti urbani ordinari, ma in quelli cosiddetti speciali. Che sta a significare rifiuti industriali, ossia quelli più nocivi e tossici. La Campania è stata per anni – e lo è ancora – lo sversatoio nazionale dei rifiuti speciali, la pattumiera d’Italia. La camorra gestisce questo grosso giro di affari, col tacito consenso delle istituzioni nazionali e locali, inquinando irreversibilmente i nostri territori e incrementando il numero di ammalati e morti per cancro. Le regioni da cui maggiormente arrivano i rifiuti tossici sono Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, ma anche dall’estero. Lo smaltimento di questi scarti industriali ha un costo sostenuto per le fabbriche, che preferiscono sbarazzarsene invece a costi più contenuti affidandoli alla criminalità organizzata, che li sversa nelle discariche campane  – ma anche nelle campagne pagando somme irrisorie ai proprietari – spacciandoli per composto organico.

Se si legge in questo modo la verità sull’emergenza assume una dimensione più seria e critica. Forse anche per questo si è preferito tacere su questo aspetto e dare adito a particolari meno preoccupanti dal punto di vista della salute e dell’avvelenamento del territorio. Non si parla quindi dei prodotti agricoli tossici, della diossina e della percentuale di ammalati di tumore rispetto alla media nazionale ed europea. Non si parla della correlazione tra riduzione della fertilità  maschile e aumento dell’inquinamento atmosferico provocato dall’immondizia bruciata. Non a caso in Campania non esiste un registro ufficiale dei tumori. O non ancora. Poiché proprio in questi giorni si sta discutendo in consiglio regionale circa la possibilità di istituirlo. Finalmente. Che sia il trampolino di lancio verso la consapevolezza da parte dell’opinione pubblica campana che da anni ci stanno avvelenando sotto i nostri occhi. Che si cominci a dare il meritato sostegno alle battaglie che illustri oncologi e studiosi da anni portano avanti, finora superficialmente bollati come catastrofici allarmisti. Che si pongano le basi per una politica sui rifiuti moderna ed ecologica, sollecitando le istituzioni locali a vigilare sui rifiuti in entrata, a puntare sulla raccolta differenziata ma anche alla costruzione di impianti di stoccaggio per l’organico e per il riciclo di carta, plastica e vetro, abbandonando definitivamente l’idea di nuove discariche o, peggio ancora, di inceneritori.

Leave a Reply