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GENERAZIONE INVISIBILE. I dati confermano che l’Italia non è un Paese per giovani.

mag 16, 2013 by

Mentre la politica istituzionale proclama il cambiamento per poi ritrovarsi a governare con la stessa gente di sempre, con l’aggravante delle larghe intese, il Paese reale si impoverisce sempre di più, la disoccupazione dilaga e il lavoro, quando c’è, è precario, sommerso e sottopone i lavoratori a ricatti che somigliano a forme neppur tanto celate di moderna schiavitù. I dati parlano chiaro. L’Italia è in recessione, sotto tutti i punti di vista. Economica, sociale e morale. Secondo un recente rapporto ISTAT dal 1977 a oggi l’occupazione è diminuita nella popolazione maschile dell’8%. Il notevole incremento dell’occupazione femminile (13,6 punti percentuali), dovuto al riconoscimento negli anni di diritti che prima venivano negati, porta tuttavia il tasso occupazionale leggermente in attivo. Ma negli ultimi anni la disoccupazione è aumentata sia per la popolazione maschile che per quella femminile. E la situazione appare ancor più allarmante se si legge l’andamento territoriale, con un divario drammatico tra Nord e Centro da un lato e Sud dall’altro. Nelle regioni meridionali negli ultimi 35 anni l’occupazione femminile è aumentata solo del 5%, mentre quella maschile è passata dal 48% al 42%. Il tasso di disoccupazione nella macro-area settentrionale è aumentata dal 5,8 al 7,4%. Al Centro si è passati dal 5,5 al 9,5% mentre al Sud l’incremento è stato davvero notevole: dall’8 al 17,2%. Anche i dati sulla difficoltà dei giovani a trovare lavoro non sono incoraggianti. Tra i 15-24enni i disoccupati sono passati dal 21,7% del 1977 al 35,3%, considerando anche in questo caso che il dato riguarda una media territoriale che ammortizza una situazione largamente più disastrosa nel Mezzogiorno.

Questo è quel che riguarda la questione occupazione. Se invece parliamo di tipologie contrattuali, la situazione non è migliore. Secondo dati ISFOL nell’ultimo anno con la riforma Fornero i tipi di contratto che sono aumentati sono stati quelli a tempo determinato. Meno contratti di collaborazione, meno ancora quelli a tempo indeterminato. Più flessibilità, dunque, o più precariato. Dipende dai punti di vista. Sicuro è che sempre più giovani italiani e soprattutto sempre più giovani meridionali possono considerarsi neet (not in education, employment or training) termine anglosassone molto diffuso negli ultimi anni per indicare coloro che non fanno niente e hanno perfino smesso di mettersi in gioco, di cercare un lavoro. Qualche anno fa Giovanni Lindo Ferretti cantava “non studio, non  lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport” per evidenziare un anticonformismo estremo. Oggi non avrebbe la stessa carica anarchica. Purtroppo un Paese dove i giovani si rassegnano a una vita piatta, senza progetti e senza ambizioni è un Paese senza futuro. L’Italia si è giocata pure il presente, se aggiungiamo a tutto ciò anche un altissimo livello di corruzione e un divario disarmante tra i problemi reali e quelli percepiti. Perché se non c’è consapevolezza non può esserci cambiamento. Se non c’è rabbia sociale non può esserci ricostruzione. Se non c’è partecipazione non può esserci riappropriazione. Lo scollamento dilagante tra i cittadini e i poteri forti è la dimostrazione che la politica ha perso il senso del proprio essere. Mai come nel nostro tempo questo fenomeno è stato tanto evidente, se non durante il ventennio fascista – ossia il periodo più buio della nostra storia recente.

Se la disoccupazione dilaga, la povertà aumenta, la perdita di valori (anomia) si estende e non si avverte il disagio sociale vuol dire che qualcosa nel processo democratico non sta funzionando come dovrebbe. Il disagio di una generazione si percepisce non nella qualità della vita, ma nella aspettativa di un miglioramento di quella attuale. Chi un lavoro ce l’ha, probabilmente non lo ha scelto ma lo ha trovato. E’ qui che il giocattolo si inceppa, perché seppur vogliamo accettare la favola che il lavoro rende l’uomo libero, è intollerabile rassegnarsi e addirittura ringraziare dio sa chi per ottenere un lavoro che non si addice alle proprie attitudini. Oggi i sogni di gioventù si lasciano depositati in qualche cassetto e non ci si ricorda neppure dove è stata messa la chiave. E in giro si vedono solo persone spente, tristemente rassegnate ad una vita che non è la loro, non è quella che il loro io bambino avrebbe scommesso sarebbe stata.

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