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IL DISSENSO INTERROTTO. Come la TV è diventata una droga sociale

giu 26, 2013 by

La crisi investe ogni aspetto della vita, non solo finanziaria ma anche sociale, culturale e soprattutto morale. L’Italia (e specialmente il Mezzogiorno) ha anticipato di un po’ di anni la crisi globale, ma ciò non ci pone in una posizione vantaggiosa rispetto agli altri, anzi. Qualcuno potrebbe dire che abbiamo prodotto anticorpi alla crisi prima di altri Paesi, ma purtroppo le cose non stanno proprio in questo modo. Oggi l’Italia, rispetto agli altri, sembra sia anestetizzata e incapace di reagire a una situazione che degenera giorno dopo giorno. La primavera araba è un fenomeno troppo lontano rispetto a noi, nonostante sia scoppiata appena dall’altra parte del Mediterraneo. Ma lì, si sa, si viveva in uno stato di limitazione di libertà, seppur bisognerebbe capire poi cosa si intende per concetto di paese libero. La Turchia, allo stesso modo, non può essere considerato come termine di paragone, anche se pure in questo caso ci sarebbe tanto da discutere e analizzare. Quello che però ci insinua il dubbio di essere incapaci di esprimere un sano dissenso, è il fatto che anche in Europa (e in Brasile) scoppiano rivolte contro i governi per aver adottato misure che ledono gli interessi collettivi. Allora ci si chiede, con un pizzico di invidia e tanta rabbia, perché non qui?

Eppure è sotto gli occhi di tutti che l’Italia non sta meglio di altri Paesi e, anzi, corre il rischio di soffocare in un vortice di povertà senza scampo dovuto a un altissimo tasso di disoccupazione e ad una politica di austerità che ci strozza con le tasse e ci sottrae i servizi. Per capire come sia potuto accadere di sprofondare in un tal sonno perpetuo bisogna fare qualche passo indietro nel tempo e, precisamente, all’inizio degli anni ’80. Sono anni prosperi, successivi al boom economico che ha fatto fare il salto di qualità all’intero Paese. C’è terreno fertile per gli investimenti e il settore privato mette i suoi tentacoli ovunque, anche nelle telecomunicazioni. La TV commerciale si diffonde con enorme successo, basando il suo target sull’intrattenimento e sulla pubblicità. Rispetto alle emittenti statali diverte, rasserena, anestetizza. La risposta della tivvù di Stato non tarda ad arrivare, anche se è alquanto inaspettata, considerando che si sostiene col canone e avrebbe potuto e dovuto garantire una alternativa di qualità. Invece quanto accade è una corsa all’audience, alla mediocrità, al somigliare e talvolta copiare il broadcast delle reti private. Quello che ne è venuto fuori, dopo oltre vent’anni, è un’accozzaglia di trasmissioni spazzatura che nulla ha da invidiare alle tv made in USA, che in materia di trash hanno fatto scuola. E questo è il punto di un’analisi che, ammetto, qualcuno potrebbe non condividere, storcere il naso o addirittura osteggiare.

Il politologo Giovanni Sartori descriveva brillantemente nel suo libro Homo Videns le potenzialità dello strumento comunicativo per eccellenza dei giorni nostri nell’influenzare e modellare l’etica di una intera collettività. L’uomo della società contemporanea non è altro che ciò che vede, c’è poco da fare. Se una cosa non la si vede, non esiste. E il modello che passa tutti i giorni sotto i nostri occhi è quello del consumo ad ogni costo. La mercificazione della morale porta inevitabilmente a un degenerazione culturale, oltre a una mistificazione della realtà. Se la TV ti rassicura, ti depista circa i problemi reali, si finisce davvero per confondere il problema con la soluzione, l’immobilismo con la reazione e quella che ne viene fuori è una società dopata, incapace di discernere la necessità dal superfluo. E il maggior pericolo viene dal fatto che quella televisiva è una comunicazione unilaterale, senza possibilità di replica. Ovviamente questa è solo una delle tante cause relative alla deriva morale italiana – e delle altre proveremo ad occuparcene in altri articoli – ma forse è quella più influente, poiché la TV è parte integrante della vita di ogni italiano. Nonostante il calo della fruizione del mezzo televisivo dovuto a internet, si può senza dubbio affermare che esso ha ancora un forte appeal sulla formazione delle opinioni della maggioranza degli italiani e per tanti resta ancora l’unica fonte di informazione. Un primo passo verso la riappropriazione del senso critico, dunque, e sarebbe opportuno farlo, potrebbe essere quello di tenere spento un po’ di più il televisore. Non potrebbe che giovarci.

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