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Il lavoro ai tempi della Riforma post-Fornero

mag 10, 2013 by

Il 18 luglio luglio 2012 è stata varata la riforma del mercato del lavoro dell’ex ministro Elsa Fornero provocando l’ennesima mazzata nel mondo dell’economia e dell’imprenditoria italiana già non proprio in acque tranquille. Obiettivo prefissato del nuovo DDL era quello di disincentivare l’uso da parte delle aziende delle tipologie dei contratti a progetto e a chiamata (cosiddetti “atipici”) aumentando, di contro, la stabilizzazione delle collaborazioni già esistenti oppure l’assunzione a tempo determinato e indeterminato. A quasi un anno dal varo della Riforma gli scopi non sono stati raggiunti. Dati odierni e mensili confermano un trend in crescita della disoccupazione italiana stimata per il 2013 all’11,8% parallela nella sua ascesa alla lenta ripresa dell’attività economica che viene a legarsi indissolubilmente con la riforma Fornero che ha burocratizzato molti contratti; ha aumentato il costo del lavoro e ha appeso ad un filo il destino nel mondo del lavoro di molti precari. In breve si è verificato un crollo dell’uso del lavoro a chiamata o intermittente da parte delle aziende che ora devono sempre comunicare alle autorità competenti l’inizio e la fine di una collaborazione. Con questo meccanismo è vero che molte assunzioni sono partite come contratti stabili, ma la maggior parte dei dipendenti a chiamata sono rimasti fuori, anche da un possibile discorso di stabilizzazione; dato che per rendere difficile la vita alle imprese che hanno abusato di contratti atipici è stato aumentato il periodo di giorni che deve trascorrere tra la fine di un contratto temporaneo e il suo successivo rinnovo. A fine ottobre si era stimata la cifra di 380mila precari con contratti di assunzione a termine che entravano nell’inferno del non rinnovo per l’elevato costo della loro stabilizzazione post- Fornero. La quota delle vite in questione vedeva in maggioranza donne e persone sopra i 35 anni di età (57%), ma anche laureati o con un titolo scolastico medio-alto. Toccare la riforma? Forse se ne discuterà , forse no. Vero è che il mercato del lavoro in Italia sembra davvero fermo ed arretrato: il taglio dei fondi agli enti di ricerca e alle Università diventano eclatanti in questo dibattito. La possibile modifica della riforma del lavoro dovrebbe andare di pari passo con l’innovazione e l’originalità delle proposte del mercato. Un discorso che potrebbe essere incentivato investendo nell’agricoltura biologica, nel rendere più vivibili le nostre metropoli o le loro abitazioni, incentivare lavori di bonifica recuperando aree dismesse, riattivare una politica di interventi atti a limitare il rischio idro-geologico, mettere in sesto i versanti dando spunto a tutta una rete di piccole e medie imprese che potrebbero attivarsi con nuove tecnologie e nuova manodopera. Certo diventa difficile se anche i sindacati non danno il loro contributo. Infelice in tal senso l’uscita di pochi giorni fa del segretario della CISL Bonanni che rivolgendosi al neo governo PD-PDL Letta raccomandava di rinunciare al discorso “reddito di cittadinanza” o di fare modifiche alla riforma Fornero per non “rubare” fondi alla cassa integrazione; parole dirette al nuovo ministro del lavoro nonché presidente uscente dell’ISTAT Enrico Giovannini. Dura la gatta da pelare se dai sindacati non partono proposte serie e alternative per uscire dalla condizione di stallo in cui ci ritroviamo da ormai 3 anni e ancor più infelici e irresponsabili i concetti espressi da portare ad innescare una guerra tra poveri.

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