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INDIE/SPONENZE

Rubrica giornalistica, quella telefonica non si porta più anche se fa figo.

 

 

 

 

Anna Calvi – One Breath

Posted by on ott 16, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

Anna Calvi – One Breath

Se uno come Brian Eno ti definisce come “la cosa migliore successa al pop dai tempi di Patti Smith” le gambe possono cominciare a tremare facilmente. Ma non è quello che è successo, non ad Anna Calvi. Padre italiano e madre inglese, Anna ha fatto il suo ingresso nella scena rock inglese nel 2011 col disco Anna Calvi anticipato dal singolo Jezebel. Un disco molto passionale e impulsivo che è riuscito a portare dalla sua parte un altro padre putativo, Nick Cave, che ne ha fatto la sua prediletta. Dopodiché la passione ha lasciato il posto all’introspezione, alle esperienze personali, a quegli equilibri labili in cui “esprimere la propria libertà in modo che significhi qualcosa per chi ti ascolta”. E’ il battesimo per One breath, il suo secondo disco registrato in poche settimane in Francia e carico di atmosfere noir accompagnate dalla sua voce potente e decisa. Anna parla delle sue influenze e cita Rachmaninov, Philippe Glass, Rossini ma più di tutti Maria Callas, a cui è dedicata la struggente Sing to Me, una vera e propria lettera d’amore. Piece by piece invece parla della memoria e di come essa procede per il suo corso nonostante si cerchi di ingabbiarla o vincolarla, o addirittura costringerla a restare. Tutte le altre tracce esprimono il tentativo, a mio modo di vedere molto riuscito, della Calvi di fare un grosso passo avanti: un passo verso la consacrazione ad icona. Si definisce una perfezionista, ma stando a quanto esprime irrazionalmente in One Breath noi la preferiamo fuori equilibrio massimo.

 

Tracklist:

1. Suddenly
2. Eliza
3. Piece by Piece
4. Cry
5. Sing to Me
6. Tristan
7. One Breath
8. Love of my Life
9. Carry Me Over
10. Bleed into Me
11. The Bridge

Goldfrapp – Tales of us

Posted by on ott 8, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

Goldfrapp – Tales of us

Tredici anni fa Alison Goldfrapp e Will Gregory, in arte i Goldfrapp, davano vita a un album che presentava una formidabile commistione di stili trip hop e folk. Un album che riusciva a toccare contemporaneamente corde già toccate dai Portishead, Tricky, Massive Attack e Bjork. Stiamo parlando di Felt Mountain (Mute records, la stessa dei Depeche Mode). Ebbene, da quell’album, che tra le altre cose ha dato i natali alla fortunatissima Lovely Head (spot BMW), I Goldfrapp sono cambiati. Hanno sperimentato, certo. Per degli artisti non sperimentare equivale a morire lentamente, su questo non ci piove, ma negli anni la bellissima voce di Alison è stata usata per una mostruosa trasformazione volta alla realizzazione di scadenti velleità pop e zuccheroso glam (gli album Black Cherry e Supernature ne sono il prodotto). Tredici anni dopo, finalmente, i Goldfrapp sono tornati alle origini realizzando un album che sembra un vero e proprio continuo di Felt Mountain: l’onirico e intimista Tales of us. Anche il mese di uscita non è stato casuale, un malinconico settembre, perfetto per le atmosfere noir del disco. Tales of us è racconto di dieci persone, come dieci sono le tracce, ognuna con un nome di persona. I dieci personaggi sono più o meno ispirati alla letteratura:  Annabel è un bambino intersessuale, Clay è un soldato che perde l’amante, Laurel è un’attrice di Hollywood perseguitata da un killer (facile l’accostamento a Mulholland Drive di Lynch) e l’unica sconosciuta senza nome è Stranger, bellissima e straziante ballata. Il nuovo disco del duo di Bristol ha inoltre potenti forze evocative cinematografiche. Non a non a caso molte delle tracce sono accompagnate dai cortometraggi di Lisa Gunning, compagna di Alison ( esempio lampante è il suggestivo videoclip di Annabel). Insomma, i vecchi fan (come me) tireranno un sospiro di sollievo di fronte a questo lavoro che riporta i Goldfrapp lì dove dovevano essere: nei nostri più tormentati e dolcissimi sogni.

 

Tracklist:

1. Jo
2. Annabel
3. Drew
4. Ulla
5. Alvar
6. Thea
7. Simone
8. Stranger
9. Laurel
10. Clay

Techno&pailettes: tornano i Daft Punk. E fanno il vuoto.

Posted by on lug 2, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

 

Dal 2008 ad oggi i revival della disco hanno avuto buone riuscite, basti pensare ai  Lindstrøm, Todd Terje e Grizzly Bear. Tutti buoni prodotti. Poi arrivano loro, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo da Parigi, meglio conosciuti come i Daft Punk e tutto diventa mediocre. Anzi, superfluo. O comunque un antipasto prima della portata principale, che in questo caso è il vero capolavoro del duo francese, Random Access Memories. Ci sono voluti quasi cinque anni per ultimare le tredici tracce che, quasi a voler uscire da quella “comfort zone” in cui si trova oggi la musica elettronica (stando alle parole dello stesso Thomas), hanno viaggiato per il mondo. Le parti vocali, infatti, sono state registrate a Parigi, la ritmica tra Los Angeles e New York, le parole in stanze d’albergo e aeroporti. Un vero e proprio trip musicale a cui hanno partecipato artisti del calibro di Pharrell Williams, Panda Bear degli Animal Collective, Giorgio Moroder,  Julian Casablancas degli Strokes, Nile Rodgers degli Chic che campiona – indovinate un po’?- Gli Chic. Lo stesso Pharrell, dopo averli incontrati a una festa per il lancio del nuovo album di Madonna, si è reso disponibile a partecipare anche “suonando il tamburello”. Le attese dopo Alive erano tante, erano alte. E non sono state disattese. Ma veniamo all’album in sé. Come detto, tredici tracce, uso delle drum machine limitato, tutta l’elettronica viene fuori da un solo sintetizzatore e da vecchi vocoder modificati per “rendere le voci robotiche più umani possibili” piuttosto che il contrario. Si parte con Give Life Back to Music, un vero e proprio omaggio al funk, si prosegue con la dolce The Game of Love e la genialata del disco: il vecchio produttore italiano Giorgio Moroder che racconta la sua vita, in sottofondo parte la musica e sembra tutto davvero perfetto. Within e Instant Crush sono quasi delle ballate, Lose Yourself to Dance, Touch e Get Lucky (la vera e propria hit del disco) sono l’amabile beffa: il duo parigino parla di sperimentazione e tira fuori una serie di pezzi quasi conservatori, fino all’ultima traccia, quella Contact che tanto ricorda i successi di Discovery. Un’opera monumentale dell’elettronica, forse il loro miglior disco. C’è voluto tempo, tempo per le solite attese dei migliori sul campo, ma ne è valsa la pena. Unico neo, i DP  hanno dichiarato che non ci saranno tour a seguito del lancio del disco. Si vocifera di un unico mega-tour che celebrerà la loro intera carriera. Aspetteremo, anche stavolta.

 

Download: Giorgio by Moroder, Instant Crush, Motherboard.

Anna Karenina

Posted by on mar 5, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

Joe Wright ha avuto un bel coraggio: tentare di inscenare quella che Dostoevskij e Nabokov  hanno definito “la più grande opera letteraria del XIX secolo” non è certo uno scherzo, e molti altri hanno fallito prima di lui. Non è uno scherzo non solo per la lunghezza dell’opera quasi impossibile da raccontare in una pellicola, ma anche per i cambi frequenti di luoghi (nel libro soprattutto tra Mosca e San Pietroburgo). La trovata del regista è stata una sovrapposizione di inquadrature teatrali molto raffinate, con continui capovolgimenti di scena e introduzione di nuovi dialoghi. E’ così che ci si trova in qualche secondo dalla casa di Stepan Arkad’ič Oblonskij (Stiva), alla stazione dei treni dove Anna incontrerà il suo amante/aguzzino, l’ufficiale dell’esercito Aleksej Kirillovič Vronskij, al ballo di Kitty. Tutto ciò potrebbe sembrare riassuntivo e approssimativo ma forse era l’unico modo per raccontare tutta la vicenda intorno a cui ruota il romanzo senza spronfondare in un polpettone infinito in stile Corazzata Potemkin. Ciò in cui pecca il film di Wright e sceneggiato da Tom Stoppard non è l’approssimazione teatrale bensì la frivolezza della Russia zarina rappresentata. Il romanzo di Tolstoj è sempre stato criticato in patria proprio per questa peculiarità che stonava con la  “Povera gente” di Dostoevskij e con le “Anime morte” di Gogol. Un tipo diverso di realismo? Fatto sta che tutto il film, per quanto ben interpretato dagli attori (Jude Law nel ministro Karenin su tutti) gira intorno alla splendida ma sempre troppo fredda e rigida Keira Knightley, più adatta alla Ginevra di King Arthur che a un ruolo che richiede molta più passione e struggimento. Bellissima la colonna sonora di Benjamin Wallfisch e Dario Marianelli: la scena del ballo tra Anna e Vronsky col sottofondo di Dance with me toglie il fiato.

Baustelle – Fantasma

Posted by on feb 12, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

 

Sono tornati a Montepulciano per registrare, proprio da dove hanno iniziato, da dove raccontavano la giovinezza così bene e così spietatamente. Che cosa sono i Baustelle? Un gruppo indie? No, è troppo riduttivo. Un gruppo pop? Forse. Ma un gruppo pop che usa orchestre sinfoniche e voci, la strumentazione pop resta a casa, o meglio fuori casa. A Montepulciano, nella loro casa, hanno dato vita a uno dei loro migliori lavori, il visionario Fantasma. Diciannove tracce di pura inquietudine, un viaggio verso la fine dell’età adulta, il giro di boa sorpassato dopo i gemiti e le paure dell’adolescenza (Il sussidiario illustrato della giovinezza, La malavita), Il centro del misticismo come un colpo mancato (I mistici dell’occidente), ora, solo la morte. Ed è  proprio lei, l’oscura signora, il tema principale dell’ultimo disco: la fine, quella non banale, quella melodica, quella di una bimba in camicia da notte di spalle in un angolo, l’occulto degli anni ’60, i rifacimenti ad Antonio Riccardi, a Pietrangeli, a De Andrè. Ma è davvero tutto qui? Un inno al nichilismo? Al pessimismo cosmico? Certo che no. Bianconi riesce a coniugare la sua visione di soprannaturale all’attuale Italia. Un’Italia moderna, torbida, massacrata dai reality, dalla tecnologia e dagli spettri (quelli reali) del fallimento, e come per magia quella che sembrava un’opera rivolta al passato diventa avanguardistica. Basta leggere il testo di Cristina (Gli spettri abitano dimore gotiche, come succede in Edgar Allan Poe. Ma quelli che fanno più paura sono qui, a ricordare il tempo agli uomini. Gli spettri agitano coscienze storiche, fatti epocali, stragi piccole, colpe, peccati, scie di cenere. Ciò che ci fa paura siamo noi) per capire di cosa stiamo parlando. E poi ancora Monumentale, Nessuno, Il futuro, tutti pezzi così intensi da far pensare, forse, che la vena poetica di Bianconi è al culmine. Gli omaggi colti si buttano: Malher, Stravinsky, Morricone, Argento, Messiaen, Baudelaire (immancabile), Lee Masters e l’antologia di Spoon River. Il songwriting è alle stelle, la musica sinfonica è bella e orecchiabile, i ritornelli li canterete sotto la doccia e, cosa più importante, esorcizzerete la paura della morte con la vita. Con la musica.

Amish mafia, la nuova provocazione made in U.S.A.

Posted by on feb 6, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

 

I moralisti stanno spruzzando rabbia da tutti i pori, soprattutto quei piccoli quotidiani perbenisti della Pennsylvania (potete leggere le critiche sul sito del New York Times) che non possono accettare questo smacco. Stiamo parlando del nuovo reality della Discovery Channel Amish mafia. Non è proprio un reality, alcune scene sono ricostruite, ma il messaggio è chiaro: demonizzare e offendere tutte le religioni, soprattutto quella amish che è da considerarsi un ramo del cristianesimo a tutti gli effetti. La mafia amish non è altro che un’organizzazione (corrotta) di gentlemen che si pone come obiettivo primario la difesa della povera comunità cristiana. Che tipo di difesa? In primis, quella economica. Il boss del luogo, tale Lebanon Levi, scaccia via con la forza ogni tentativo di condivisione col mondo esterno dei prodotti amish, dai mobili all’alcool. Ovviamente cura i propri interessi: d’altronde con cosa pagherebbero il pizzo i suoi amati fratelli se i cinesi (sì, sono anche qui, un po’ come i russi nei film degli anni ’80) portano via fette di mercato? E’ tutto logico, fila che è una meraviglia, scene di vita vissuta direbbe Marzullo. Ma non è così per la stampa bigotta, sono attacchi pretenziosi e gratuiti, dicono. La comunità amish, come tutte le comunità di nostro Signore, sono composte da gente semplice e devota, gente che non ha bisogno di questo sfrenato protezionismo anacronistico. Mica siamo negli anni ’40? Anche i loro modi di divertirsi sono semplici, come l’entusiasmante cowpaddy bingo (si crea una griglia numerata sulla terra e si assegnano dei numeri, poi si apre la stalla e si fa uscire una mucca: l’area dove la bestia molla il primo escremento vince). Talmente semplici che Lebanon deve anche far fronte alle segnalazioni totalmente innocue di una signora che accusa la sua vicina di adulterio. Ma cosa c’entra questo con la fede? Quando mai una elite protetta, xenofoba e religiosa si è rifugiata nei pettegolezzi? La colpa è sicuramente della proibizione dell’elettricità nelle comunità amish: senza la tv, infatti, queste personcine per bene non hanno nulla da fare se non spiare i propri vicini. Lebanon Levi avrà molto da fare.

Django unFailed

Posted by on gen 24, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

La domanda è questa: basta una manciata di grandi attori, un tema in disuso da un po’ al cinema come la schiavitù, una grande colonna sonora e un grandissimo regista a fare un gran film? Anzi, a rifare un gran film? Già, perché per chi non lo sapesse Django è un film italiano del 1966 diretto da Sergio Corbucci (anche se la trama è molto diversa da quello che sta spopolando nei cinema in questi giorni). La risposta non è mai semplice quando si tratta di Quentin Tarantino. L’amore che il regista americano prova per lo spaghetti western nostrano è risaputo, ma il filo tra un richiamo o un rifacimento e la copia spudorata è molto sottile. Il fatto è che lui copia con stile, riempie le scene di venature pulp e in modo magistrale. Ma è pur sempre una copia. Ad un occhio insensibile alle tematiche del grande western certi particolari del suo Django sfuggiranno, particolari che faranno storcere il naso ai Sergio Leone addicted come me. Ma, udite udite, questo film è perfetto per conquistare le nuove generazioni: è divertente, ha un tocco vintage grazie alle apparizioni di Franco Nero (nel primo Django del 1966), ad Ennio Morricone (che ci piazza la colonna sonora di “Lo chiamavano trinità”) e in più, in un periodo storico in cui la crisi toglie il futuro ai giovani, parla di libertà ottenuta con la forza e abbattimento della schiavitù. Una gran bella mossa, mister Quentin. I rivoluzionari perenni che vogliono affrancare gli oppressi dalla comoda poltrona di un cinema sono tutto un fuoco, sui social network la gente cambia i propri nomi in Django, Freeman, Schultz, et cetera et cetera. Peccato che il western e il mito della frontiera sia ben altro. Detto questo, c’è da dire che era il massimo che si poteva fare con quel tema, quei dazi da pagare al passato, un passato enorme e pesante anche per il cineasta ossessivo Tarantino, e quella trama. A proposito di trama: Django Unchained parla di uno schiavo (Jamie Foxx) che viene affrancato da un eccentrico dentista/cacciatore di taglie, il dottor King Schultz (un grandioso Christof  Waltz, il colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria). Insieme passeranno un inverno da bounty killer per preparare la liberazione della moglie di Django, la schiava Broomhilda Von Shaft (Kerry Washington) tenuta prigioniera nella quarta piantagione del Mississipi Candyland, di proprietà del negriero Calvin Candie (un superbo Leonardo di Caprio affiancato da un bisbetico e molto in parte Samuel L. Jackson). Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per un film di successo, che sbanchi i botteghini e i cuori della gente. Solo un consiglio: se volete continuare ad amarlo non guardatevi Per qualche dollaro in più, C’era una volta il west, o anche qualche pulp western come Vi presento Doc Holliday. Il confronto sarebbe impari.

Precursori del cyberpunk

Posted by on gen 18, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

Correva l’anno 1982 e Ridley Scott girava il capolavoro futurista Blade Runner ispirato al libro Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick. Il regista girò quasi tutte le scene a Hong Kong, trasformandola in una accozzaglia disordinata di viottoli, nogozietti e ristorantini self service, il tutto sotto una pioggia fitta che ha dato un’impronta indelebile e un’atmosfera blues e decadente al mondo futuro (immaginato) dominato dalle macchine. Ora, che in un domani imprecisato ci saranno cyborg senzienti che si ribellano agli umani, onestamente, lo trovo abbastanza inverosimile. Per certi versi, però, il buon Ridley Scott ci aveva visto giusto. I beni primari, come pane o latte, venivano venduti in grottesche mercerie insieme a cervelli e altre parti umane di vario genere. Tutto insieme, horror vacui, accozzaglie senza senso per il consumatore che non vuole camminare sotto la pioggia e rischiare di essere preso dagli androidi. Ebbene, in questi giorni, con mia somma sorpresa (anche un po’ di gioia, lo ammetto) sono entrato in una merceria che potrebbe definirsi pionieristica del settore e molto cyberpunk. Era uno di quei negozietti cinesi che all’esterno somigliava molto alla Hong Kong che fu, ma all’interno aveva ciò che serve a noi italiani, a prezzo bassissimo e in quantità industriali. Che l’economia cinese attui questo tipo di mercato non è una novità, ma ciò che mi ha ricordato Blade Runner è stata l’accozzaglia: sugli scaffali, in un capannone di 100 metri quadri circa, era tutto gettato alla rinfusa, con pochissimo senso estetico e parecchio senso pratico. E’ così che, facendo venti passi al massimo, avrei potuto comprare in sequenza: caricabatterie (ovviamente delle repliche) di cellulari, quadri, parrucche, sveglie, bambole, materassi, fiori, fuochi d’artificio, macchine per il caffè e giocattoli. Mancano solo i cervelli umani, e magari un giorno avranno anche quelli. A quel punto mi sono incuriosito e ho girato per il mio paese in cerca di altre botteghe cyberpunk e, sorpresa delle sorprese, ce ne sono due. E una anche al confine con un altro paese, enorme, sconfinata, ansiogena. Questa qui aveva anche batterie e accessori per le auto. E dentro era piena di clienti, tutti italiani che si parlavano sottovoce, come se stessero facendo un crimine comprando dagli “odiati” cinesi. Proprio come le sommesse comparse in Blade Runner che compravano organi. Ma il dato più inquietante è che se si da una rapida occhiata intorno a queste surreali botteghe si nota che non c’è niente di simile, hanno distrutto tutto il mercato adiacente, ogni settore. Sono come dei piccoli centri commerciali in un unico capannone dove dentro c’è praticamente tutto, tranne il buon gusto. Detto questo, ho chiesto alla commessa Sakiko (chiamata simpaticamente dagli autoctoni “Sakkì”) se avevano anche animali da vendere, così per scherzare. Mi ha risposto: “ Domani, domani arrivare cani”. Philip K. Dick si sarebbe divertito parecchio.

Quando la ribellione non era too mainstream

Posted by on gen 14, 2013 in INDIE/SPONENZE | 0 comments

La fine del 2012 ha visto compiere i suoi primi vent’anni a un disco che possiamo definire “pionieristico” e che ha cambiato la storia della musica rebel: stiamo parlando di Rage Against the Machine della band omonima. Vent’anni di inni crossover che, di fatto, hanno anticipato molti dei temi per cui oggi ci si ribella e, per nostra sfortuna ma forse inevitabilmente, con molta più banalità e meno senso artistico. Bukowski diceva che urlare la verità senza stile è inutile, non serve. Ebbene, le parole di Zach de la Rocha non erano urlate ma studiate minuziosamente sulle note metal di Tom Morello. Verità che facevano e fanno male ai potenti (basta ascoltare Township Rebellion), oltretutto inaugurando un genere, lo stesso crossover hip hop/rock, che ha avuto pochissimi altri esempi ben riusciti ma nessuno con lo stesso impatto sociale. I testi dei RATM invocavano ad una sollevazione socialista che non è mai avvenuta, hanno messo in rima Karl Marx senza risultare ridicoli, anacronistici e con la doppia morale propria di molti “attivisti” ipocriti moderni (moderni come le locomotive a vapore). Questo disco riuscì addirittura a togliere lo scettro delle nevrosi ai grunge boys addotti dal capolavoro dei Nirvana Nevermind. Viene da chiedersi: ma i ragazzetti depressi di #occupy, No Tav e compagnia cantante, cononoscono i magnifici campionamenti dei RATM? Durante i cortei intonano le parole di Killing in the name? Cose del tipo: Don’t you die or justify/You’re wearin the badge, and your chosen white/You justify those that died? Certo che no, oggi si ascolta Manu Chao, il clandestino che gira col jet privato. Che pena.

Il contadino 2.0 contro la crisi

Posted by on gen 13, 2013 in Ambiente, Economia, INDIE/SPONENZE | 0 comments

Giusto qualche numero per capire di cosa stiamo parlando: +10,1% in Italia nell’ultimo trimestre, +6,2% di nuovi addetti nel 2012, +1,1% il valore aggiunto solo nell’ultimo anno. Sono i numeri dell’unico settore che attualmente sta crescendo e crea lavoro (e quindi ricchezza) in Italia: l’agricoltura. Il ritorno alla terra è sempre più frequente negli ultimi anni e il dato più significativo è che sono soprattutto i giovani a imbracciare vanga e trattore. Attualmente, infatti, il 26% dei lavoratori dipendenti in agricoltura sono sotto i 30 anni e sono molto diversi dai propri antenati. Hanno una maggiore attitudine al rischio, sono sensibili alle tematiche ambientali, usano con disinvoltura internet e differenziano il business. Dati alla mano, il contadino 2.0 ha un potenziale economico enorme, almeno il 40% in più di chi gestisce un’attività familiare da decenni ed è ormai avanti con l’età. Oltretutto, il 30% dei nuovi agricoltori ha un titolo di studio elevato (diploma o laurea), spesso non inerente al settore (lauree in lingue e diritto ad esempio) e dedica maggiore attenzione alle certificazioni di qualità Dop/Igp e alle coltivazioni biologiche: solo in Calabria, ad esempio, il 20% della terra è coltivata con metodo biologico. Delle vere e proprie misure anti-crisi, insomma. Soprattutto pulite e quasi sempre indipendenti, nonostante alcune lungaggini burocratiche immancabili nel nostro Paese. Nonostante questo, però, sono molti i sussidi che mette a disposizione il Ministero delle Politiche agricole per chi decide di investire in questo campo (numero verde 800 105166) e molti sono anche i siti di imprenditorialità giovanile in agricoltura (Oiga e youRuralNet su tutti).