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Dalla Rivista

GENERAZIONE INVISIBILE. I dati confermano che l’Italia non è un Paese per giovani.

Posted by on mag 16, 2013 in Democrazia e Corpocrazia, Economia, Inchieste, Politica, Società | 0 comments

GENERAZIONE INVISIBILE. I dati confermano che l’Italia non è un Paese per giovani.

Mentre la politica istituzionale proclama il cambiamento per poi ritrovarsi a governare con la stessa gente di sempre, con l’aggravante delle larghe intese, il Paese reale si impoverisce sempre di più, la disoccupazione dilaga e il lavoro, quando c’è, è precario, sommerso e sottopone i lavoratori a ricatti che somigliano a forme neppur tanto celate di moderna schiavitù. I dati parlano chiaro. L’Italia è in recessione, sotto tutti i punti di vista. Economica, sociale e morale. Secondo un recente rapporto ISTAT dal 1977 a oggi l’occupazione è diminuita nella popolazione maschile dell’8%. Il notevole incremento dell’occupazione femminile (13,6 punti percentuali), dovuto al riconoscimento negli anni di diritti che prima venivano negati, porta tuttavia il tasso occupazionale leggermente in attivo. Ma negli ultimi anni la disoccupazione è aumentata sia per la popolazione maschile che per quella femminile. E la situazione appare ancor più allarmante se si legge l’andamento territoriale, con un divario drammatico tra Nord e Centro da un lato e Sud dall’altro. Nelle regioni meridionali negli ultimi 35 anni l’occupazione femminile è aumentata solo del 5%, mentre quella maschile è passata dal 48% al 42%. Il tasso di disoccupazione nella macro-area settentrionale è aumentata dal 5,8 al 7,4%. Al Centro si è passati dal 5,5 al 9,5% mentre al Sud l’incremento è stato davvero notevole: dall’8 al 17,2%. Anche i dati sulla difficoltà dei giovani a trovare lavoro non sono incoraggianti. Tra i 15-24enni i disoccupati sono passati dal 21,7% del 1977 al 35,3%, considerando anche in questo caso che il dato riguarda una media territoriale che ammortizza una situazione largamente più disastrosa nel Mezzogiorno.

Questo è quel che riguarda la questione occupazione. Se invece parliamo di tipologie contrattuali, la situazione non è migliore. Secondo dati ISFOL nell’ultimo anno con la riforma Fornero i tipi di contratto che sono aumentati sono stati quelli a tempo determinato. Meno contratti di collaborazione, meno ancora quelli a tempo indeterminato. Più flessibilità, dunque, o più precariato. Dipende dai punti di vista. Sicuro è che sempre più giovani italiani e soprattutto sempre più giovani meridionali possono considerarsi neet (not in education, employment or training) termine anglosassone molto diffuso negli ultimi anni per indicare coloro che non fanno niente e hanno perfino smesso di mettersi in gioco, di cercare un lavoro. Qualche anno fa Giovanni Lindo Ferretti cantava “non studio, non  lavoro, non guardo la tv, non vado al cinema, non faccio sport” per evidenziare un anticonformismo estremo. Oggi non avrebbe la stessa carica anarchica. Purtroppo un Paese dove i giovani si rassegnano a una vita piatta, senza progetti e senza ambizioni è un Paese senza futuro. L’Italia si è giocata pure il presente, se aggiungiamo a tutto ciò anche un altissimo livello di corruzione e un divario disarmante tra i problemi reali e quelli percepiti. Perché se non c’è consapevolezza non può esserci cambiamento. Se non c’è rabbia sociale non può esserci ricostruzione. Se non c’è partecipazione non può esserci riappropriazione. Lo scollamento dilagante tra i cittadini e i poteri forti è la dimostrazione che la politica ha perso il senso del proprio essere. Mai come nel nostro tempo questo fenomeno è stato tanto evidente, se non durante il ventennio fascista – ossia il periodo più buio della nostra storia recente.

Se la disoccupazione dilaga, la povertà aumenta, la perdita di valori (anomia) si estende e non si avverte il disagio sociale vuol dire che qualcosa nel processo democratico non sta funzionando come dovrebbe. Il disagio di una generazione si percepisce non nella qualità della vita, ma nella aspettativa di un miglioramento di quella attuale. Chi un lavoro ce l’ha, probabilmente non lo ha scelto ma lo ha trovato. E’ qui che il giocattolo si inceppa, perché seppur vogliamo accettare la favola che il lavoro rende l’uomo libero, è intollerabile rassegnarsi e addirittura ringraziare dio sa chi per ottenere un lavoro che non si addice alle proprie attitudini. Oggi i sogni di gioventù si lasciano depositati in qualche cassetto e non ci si ricorda neppure dove è stata messa la chiave. E in giro si vedono solo persone spente, tristemente rassegnate ad una vita che non è la loro, non è quella che il loro io bambino avrebbe scommesso sarebbe stata.

Il lavoro ai tempi della Riforma post-Fornero

Posted by on mag 10, 2013 in Democrazia e Corpocrazia, Inchieste, Politica, Società | 0 comments

Il lavoro ai tempi della Riforma post-Fornero

Il 18 luglio luglio 2012 è stata varata la riforma del mercato del lavoro dell’ex ministro Elsa Fornero provocando l’ennesima mazzata nel mondo dell’economia e dell’imprenditoria italiana già non proprio in acque tranquille. Obiettivo prefissato del nuovo DDL era quello di disincentivare l’uso da parte delle aziende delle tipologie dei contratti a progetto e a chiamata (cosiddetti “atipici”) aumentando, di contro, la stabilizzazione delle collaborazioni già esistenti oppure l’assunzione a tempo determinato e indeterminato. A quasi un anno dal varo della Riforma gli scopi non sono stati raggiunti. Dati odierni e mensili confermano un trend in crescita della disoccupazione italiana stimata per il 2013 all’11,8% parallela nella sua ascesa alla lenta ripresa dell’attività economica che viene a legarsi indissolubilmente con la riforma Fornero che ha burocratizzato molti contratti; ha aumentato il costo del lavoro e ha appeso ad un filo il destino nel mondo del lavoro di molti precari. In breve si è verificato un crollo dell’uso del lavoro a chiamata o intermittente da parte delle aziende che ora devono sempre comunicare alle autorità competenti l’inizio e la fine di una collaborazione. Con questo meccanismo è vero che molte assunzioni sono partite come contratti stabili, ma la maggior parte dei dipendenti a chiamata sono rimasti fuori, anche da un possibile discorso di stabilizzazione; dato che per rendere difficile la vita alle imprese che hanno abusato di contratti atipici è stato aumentato il periodo di giorni che deve trascorrere tra la fine di un contratto temporaneo e il suo successivo rinnovo. A fine ottobre si era stimata la cifra di 380mila precari con contratti di assunzione a termine che entravano nell’inferno del non rinnovo per l’elevato costo della loro stabilizzazione post- Fornero. La quota delle vite in questione vedeva in maggioranza donne e persone sopra i 35 anni di età (57%), ma anche laureati o con un titolo scolastico medio-alto. Toccare la riforma? Forse se ne discuterà , forse no. Vero è che il mercato del lavoro in Italia sembra davvero fermo ed arretrato: il taglio dei fondi agli enti di ricerca e alle Università diventano eclatanti in questo dibattito. La possibile modifica della riforma del lavoro dovrebbe andare di pari passo con l’innovazione e l’originalità delle proposte del mercato. Un discorso che potrebbe essere incentivato investendo nell’agricoltura biologica, nel rendere più vivibili le nostre metropoli o le loro abitazioni, incentivare lavori di bonifica recuperando aree dismesse, riattivare una politica di interventi atti a limitare il rischio idro-geologico, mettere in sesto i versanti dando spunto a tutta una rete di piccole e medie imprese che potrebbero attivarsi con nuove tecnologie e nuova manodopera. Certo diventa difficile se anche i sindacati non danno il loro contributo. Infelice in tal senso l’uscita di pochi giorni fa del segretario della CISL Bonanni che rivolgendosi al neo governo PD-PDL Letta raccomandava di rinunciare al discorso “reddito di cittadinanza” o di fare modifiche alla riforma Fornero per non “rubare” fondi alla cassa integrazione; parole dirette al nuovo ministro del lavoro nonché presidente uscente dell’ISTAT Enrico Giovannini. Dura la gatta da pelare se dai sindacati non partono proposte serie e alternative per uscire dalla condizione di stallo in cui ci ritroviamo da ormai 3 anni e ancor più infelici e irresponsabili i concetti espressi da portare ad innescare una guerra tra poveri.

Sanità e casse regionali. Come i tagli gravano sui cittadini campani.

Posted by on gen 18, 2013 in Ambiente, Arzano, Democrazia e Corpocrazia, Politica, Varie | 0 comments

La politica nazionale di austerity realizzata dall’ex governo Monti sotto la spinta della Banca Centrale Europea ha portato ad un ulteriore impoverimento dei servizi sanitari soprattutto nelle già malandate regioni meridionali. Su 105 milioni di fondi pubblici totali destinati alla Sanità, soltanto 35 sono indirizzati al Mezzogiorno, nonostante sia densamente popolato, soprattutto in alcune aree urbane. Questa disparità è stata giustificata dal fatto che la ripartizione della spesa sanitaria nazionale viene stabilita in base alla popolazione anziana residente per aree geografiche. E poiché al Nord vivono più vecchi, sono riservati alle regioni settentrionali fondi sanitari per una proporzione, rispetto al Sud, pari esattamente al doppio. Non che si voglia in questa sede evidenziare problematiche centenarie sul divario nord-sud, perché il problema è che i tagli sono stati fatti dappertutto, ma sottolineiamo solo che una misura di sovvenzionamento proposta per le aree più povere del Paese fu impedita dal veto della Lega Nord.

La spending review ha, dunque, dato il colpo di grazia ad una politica di tagli e contenimenti nella spesa sanitaria meridionale, in particolar modo a quella campana, che è la regione del Sud più popolata. I fondi europei destinati al completamento dell’Ospedale del Mare di Napoli faranno tirare un po’ il fiato alle casse regionali ma ad ogni modo dovranno poi essere destinati alla realizzazione esclusiva di quella struttura. Gli effetti della macelleria sociale imposta dall’ormai governo uscente sono percepibili a più livelli. Innanzi tutto la carenza dei servizi al cittadino, e un esempio su tutti è la rimozione del primo soccorso presso l’ASL di Arzano. Quando poi un servizio non viene tagliato si verifica inevitabilmente un peggioramento del funzionamento dello stesso, in quanto con meno fondi a disposizione irrimediabilmente la qualità del servizio subisce una profonda flessione. Inoltre c’è ancora un altro aspetto da considerare. Tutte le associazioni, centri e enti privati che si occupano di assistenza alla persona con co-finanziamento pubblico sono costretti, nella migliore delle ipotesi, a vedere allungati i tempi di pagamento con la conseguenza che i pazienti sono costretti a pagare il servizio ottenuto e i centri a tagliare o ridurre le ore al personale. E per chiudere il quadro da annoverare l’ultima vicchiaccata del governo che ha bocciato l’istituzione del registro per tumori perché troppo oneroso, senza la minima considerazione del fatto che la Campania nell’ultimo decennio ha visto raddoppiare i malati e morti per cancro a causa di una devastazione territoriale che potrebbe essere stata addirittura pianificata anche dallo Stato – nella “presunta” trattativa stato-mafia.

Se da un lato aumentano i malati anche per malattie gravi, dall’altro si verifica un peggioramento dell’offerta sanitaria che, ricordiamolo, dovrebbe essere un diritto di ogni cittadino, come recita la costituzione e come da tradizione nazionale, che vantava uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, almeno per quanto riguardava l’uguaglianza di accesso ai servizi. Insomma una prospettiva per niente rosea nel panorama sanitario campano, che già soffre una carenza di strutture rispetto alla domanda di utenza e si annuncia per il 2013 una situazione peggiore al di là di ogni previsione.

Giovanni Ferone

Intervista a padre Alex Zanotelli del 2011 sull’ acqua pubblica

Posted by on mag 23, 2012 in Acqua da tutte le parti, Acqua Pubblica, Dalla Rivista, Economia, Prima Pagina, Società | 0 comments

Intervista a padre Alex Zanotelli del 2011 sull’ acqua pubblica

Il 12 e 13 giugno 2011, gli elettori italiani si sono assunti la responsabilità di decidere la modalità più idonea per la gestione dell’acqua. Attraverso un referendum abrogativo, dopo 15 anni in cui le consultazioni dal basso all’italiana non erano riuscite a raggiungere sistematicamente il quorum, la battaglia è stata stravinta dai cittadini che si sono espressi a favore dell’acqua pubblica e, quindi, contro la privatizzazione di essa. Il quorum è stato raggiunto grazie ai 27 milioni di persone che si sono recati alle urne. Un vero plebiscito del SI. Infatti, contro la privatizzazione dell’acqua hanno detto Si il 95,35% dei votanti, credendo così nel trionfo della democrazia. Inoltre, ciò dimostra che in Italia c’è ancora chi si batte per la difesa dei principi costituzionali. Ma se tutto questo è vero, è anche vero, dicono i comitati, che la volontà popolare rischia di essere cancellata. Il governo Monti, infatti, ha approvato norme contrarie all’esito referendario. Nel decreto per le liberalizzazioni ci sono due articoli che vietano la possibilità della gestione pubblica degli acquedotti e costringono gli enti locali a mettere a gara la gestione dei servizi pubblici locali, e, negli emendamenti al decreto privatizzazioni presentati in Senato, c’è il tentativo di riproporre, ancora una volta, la privatizzazione dell’acqua. Dunque, dal momento che la battaglia è ancora aperta, volgiamo uno sguardo indietro, ascoltando le parole di Padre Alex Zanotelli che da anni si batte per evitare la privatizzazione dell’acqua.

Maria Teresa della Corte

Intervista di Marco Peluso

Ambiente è territorio. Il protocollo tra enti e associazioni su rifiuti, acqua e mobilità sostenibile.

Posted by on mar 24, 2012 in Acqua Pubblica, Ambiente, Arzano, Politica, Prima Pagina, Società | 0 comments

Ambiente è territorio. Acqua, rifiuti e mobilità sostenibile. Il meeting del Coordinamento dello sviluppo locale (CSL), organizzato da Cantiere Giovani è stato ospitato il 21 marzo nella sala consiliare del Comune di Frattamaggiore

Ambiente è territorio. Acqua, rifiuti e mobilità sostenibile. Il meeting del Coordinamento dello sviluppo locale (CSL), organizzato da Cantiere Giovani è stato ospitato il 21 marzo nella sala consiliare del Comune di Frattamaggiore. Moderatore, il giornalista del Mattino Giuseppe Maiello. L’introduzione ai workshop ha visto i saluti iniziali dell’assessore all’associazionismo e pubblica istruzione Rosa Bencivenga, che ha annunciato la partenza di un progetto sulla raccolta differenziata che coinvolgerà tutti gli alunni delle scuole del territorio frattese. Sono intervenuti Giuseppe Di Stefano, presidente Csv, che ha evidenziato l’importanza di reti come quella di Csl, prospettando la creazione di realtà simili in altri territori. Il sindaco di Crispano, Carlo Esposito, che ha sottolineato l’utilità di costruire impianti necessari per la differenziata e lo smaltimento dei rifiuti, che possano essere resi una risorsa per il territorio. Antonio Gianfico per il Csl ha illustrato gli obiettivi raggiunti dalla rete in pochi anni.
I workshop si sono incentrati sullo sviluppo di proposte sulle tre tematiche: acqua, rifiuti e mobilità sostenibile. Ai tavoli si è lavorato all’individuazione di punti di criticità e proposte. Cittadini, associazioni ed enti, assieme per un territorio più vivibile, hanno creato un protocollo d’intesa che presto sarà presentato a tutte le amministrazioni che aderiscono alla rete Csl nei Comuni compresi tra Caserta e Napoli. Al termine i facilitatori hanno enucleato i punti salienti.

Maria D’Ambrosio, Suor Orsola Benincasa, facilitatrice del tavolo sul monitoraggio e la qualità delle acque ha esposto l’intervento dei cittadini e delle associazioni intervenute al workshop sulla salute. La tutela di quest’ultima in merito alla qualità delle acque a cura della pubblica amministrazione richiede l’applicazione del d.lgs. 31/2001 e gravita attorno a due focus. In primis organizzare incontri formativi e informativi per il controllo della qualità dell’acqua. Successivamente passare alla comunicazione ai cittadini sull’esito delle analisi che non susciti terrore sulla qualità dell’acqua, ma che migliori il rapporto tra le istituzioni e i cittadini sull’informazione dello stato della stessa.

Gabriele Gesso del Centro servizi per il volontariato, facilitatore del workshop sui rifiuti, ha tracciato le criticità e le proposte sui rifiuti. La questione si divide in due macro-aree: rifiuti urbani e industriali. Per quanto concerne i rifiuti urbani, si è parlato di come sia possibile smaltire la frazione organica in maniera differente da come viene intesa solitamente, cioè attraverso un processo di compostaggio di comunità. La proposta avanzata dal comitato “No ai tralicci” di Frattamaggiore, supportata da uno studio autoprodotto, permetterebbe un utilizzo differente dei fondi messi a disposizione dal bando comunale annuale realizzando un’opera il cui costo iniziale sarebbe di 30mila euro per 400 persone, utilizzando i fondi destinati al solo compostaggio per una cifra di circa 800mila euro. Il progetto permetterebbe di effettuare compost domestico di quartiere con l’installazione di impianti di prossimità. Lo studio mostra che ogni nucleo familiare costerebbe in media, e in materia di compostaggio, settemila euro annui. Mentre con il compostaggio domestico il costo sarebbe di 1200 euro annui, senza tener conto della vendita del compost prodotto.
Dalla discussione si è evinta l’impossibilità di smaltire i rifiuti siti nelle discariche ordinarie e delle cosiddette “eco balle”, presenti nei Cdr e negli ex Stir. La proposta in merito è quella di richiedere alle istituzioni, di mantenere fede alla promessa di perequazione, che viene utilizzata ogni qual volta si ripresenti una situazione di emergenza.
E’ emersa la difficoltà di smaltire i rifiuti che sono presenti nelle discariche abusive urbane. Luoghi in cui vengono abitualmente sversati rifiuti da cittadini incoscienti. Ne consegue la necessità di attirare l’attenzione delle istituzioni per la riqualificazione di queste aree periferiche. Da un’iniziale ipotesi sulla mancanza di risorse da destinarsi alla raccolta dei rifiuti, imputabile all’elevata percentuale di evasori della t.a.r.s.u., si è notato che il problema dell’evasione della stessa non costituisce il motivo fondamentale della scarsità dei fondi. Questa non sussisterebbe se venissero utilizzati in maniera efficace i fondi messi a disposizione dalla Regione Campania ai Comuni, finanziamenti che vanno dai sei a tredici milioni di euro per la gestione ordinaria. Punto saliente è quello dell’inadeguatezza dei Comuni in materia di differenziata. La mancanza di soluzioni innovative e di apertura alle istanze dei cittadini che sono consapevoli e ormai competenti in materia, legittimati alla richiesta di una migliore vivibilità del territorio, dopo aver affrontato un ventennio di emergenza rifiuti. Allargare la competenza dei cittadini sul come differenziare i materiali, può essere possibile stanziando parte delle entrate t.a.r.s.u. per il terzo settore, facilitando l’informazione, l’educazione e la sensibilizzazione.
Un esempio di spreco di risorse pubbliche è dato dalle mense scolastiche. Si consideri che ogni giorno viene distribuita ad ogni singolo bambino una bottiglina d’acqua. Nella sola Frattamaggiore la scuola dell’infanzia conta 800 unità. Per un totale di 4000 bottiglie a settimana, con un implemento inutile del volume di plastica da smaltire. Questo comporta un costo elevato facilmente abbattibile, se ogni scuola si dotasse di un distributore d’acqua potabile.

Altro annoso problema è la mancanza di controlli nella tracciabilità dei rifiuti industriali. La normativa che la regolamenta c’è, quello che manca sono i controlli e le sanzioni. Cosicché la percentuale di rifiuti non tracciati aumenta vertiginosamente e le aziende oneste si trovano a fare concorrenza ad altre che, invece, “risparmiano” sulla gestione dei rifiuti speciali e spesso anche pericolosi. Le biblioteche abbondano di libri che raccontano come le imprese (spesso del nord) si affidano alle ecomafie per lo smaltimento, a volte anche in cambio di certificati che accertano il corretto smaltimento, dichiarando il falso.

Dal terzo tavolo sulla mobilità sostenibile, facilitato da Tommaso Ederoclite, Federico II, si è proposto uno studio di fattibilità per collegare i Comuni a nord di Napoli e a sud di Caserta alle stazioni ferroviarie, con bus elettrici, alimentati da pensiline dotate di pannelli fotovoltaici.

Di Fabrizio Esposito e Chiarastella Foschini.

Partecipazione e democrazia

Posted by on gen 9, 2012 in Arzano, Dalla Rivista, Democrazia e Corpocrazia, Economia, Politica, Società | 0 comments

Il bilancio partecipativo è nato a Porto Alegre (Forum Social Mundial), una città del Brasile meridionale dove il progetto ha preso vita durante una piccola riunione in una delle tante favelas della capitale dello Stato del Rio Grande do Sul. Il consesso è servito a determinare il recupero e la riqualificazione della favela inserendola nel piano regolatore della città dato che alle riunioni vi prendono parte funzionari comunali e architetti. Il progetto si è configurato negli anni a seguire come uno strumento di partecipazione diretta dei cittadini alla vita comune in cui è stato possibile decidere gli obiettivi principali da raggiungere incidendo sulla destinazione delle risorse finanziarie pubbliche comunali.

Questa esperienza in Italia ha visto la sua maggiore diffusione nelle regioni centro-settentrionali interessando poi anche qualche realtà del sud (Putignano, Zagarise 2009; Crispano 2011). È una forma di partecipazione che dà la possibilità ai cittadini di avanzare proposte su ambiente, salute, cultura, strutture, mobilità, diritti. La modalità pensata dai comuni che in Italia hanno coinvolto la cittadinanza nella vita politica consiste, nella maggior parte dei casi, nel sottoporre un questionario a distribuzione capillare per definire le dimensioni della partecipazione e  il gradimento dell’iniziativa. L’analisi successiva delle risposte date dall’accento posto sui servizi necessari alla cittadinanza porta ad una seconda fase di “verifica di sostenibilità”; ossia una Commissione Consiliare verifica quali opere sono economicamente sostenibili per la fetta di percentuale di bilancio comunale interessato al progetto. Come l’esperienza del Comune di Crispano, nella provincia a nord di Napoli, che ha coinvolto le 3.508 famiglie residenti dividendole in sei macroaree, affidando poi l’analisi delle risposte date dai questionari a due studenti universitari divisi per macroarea. Altri due comuni che adotteranno questo efficace strumento della gestione pubblica entro il 2012 saranno Nola e Casamarciano. Un’altra e diffusa modalità consiste nel realizzare assemblee e incontri aperti alla cittadinanza al fine di individuare i bisogni del territorio trovando il modo di investire le risorse. Alle assemblee partecipano cittadini, delegati di quartiere, enti ed associazioni, i cosiddetti “stakeholders”: i sostenitori del bilancio partecipativo che assegnano le priorità alle proposte sostenibili conoscendo costi e copertura finanziaria disponibili per le scelte approvate. Nella fase successiva il Consiglio comunale approva il bilancio assegnando la quota a ciascun servizio individuato dai cittadini. Il processo non si ferma qui. Nelle città dove la realtà partecipativa è ormai occasione di incontro e di compartecipazione delle attività del vivere comune, i comuni più virtuosi tengono in continuo aggiornamento la cittadinanza proseguendo con incontri pubblici insieme ai gruppi e comitati di cittadini tenendoli informati sull’attuazione delle opere e dei servizi approvati dalla quota di bilancio partecipativo.

LA RICETTA ISLANDESE ALLA CRISI

Posted by on gen 3, 2012 in Democrazia e Corpocrazia, Economia, Politica, Prima Pagina, Società | 0 comments


Quando si parla dell’Islanda la si immagina sempre come un’isola piccola e fredda, tra i ghiacciai polari, nell’estrema periferia del continente. Un posto che, a parte per la caccia alle balene, gli affascinanti geyser e la rockstar Bjork, non merita poi tanta considerazione. Come spesso però accade, gli stereotipi  finiscono per contraddire se stessi e rivelarci aneddoti affascinanti  su un Paese il cui popolo sta stravolgendo le regole sommessamente accettate dall’intero sistema occidentale.

Ma andiamo con ordine. Vogliamo raccontarvi questa storia a mo’ di favola per l’assetto romantico che la caratterizza anche se, precisiamo sin da ora, tutto ciò che  stiamo per scrivere corrisponde a verità storica. Come tutte le favole che si rispettino, dunque, la nostra non poteva non iniziare in un luogo molto lontano, dove la notte e il giorno si alternano sei mesi all’anno e dove i vulcani hanno nomi talmente impronunciabili che sembra siano stati scelti battendo alla cieca le dita sulla tastiera.

La favola inizia qualche anno fa, nel silenzio mediatico totale, quando la crisi investe il Paese come un macigno. Come altre nazioni europee, che avevano adottato un liberalismo sfacciato l’Islanda, con lo svilupparsi della crisi, si ritrova letteralmente in ginocchio. Il Fondo Monetario Internazionale decide di fare un prestito di due miliardi al Paese per far fronte alla crisi. Ma ciò  non basta. La sua economia rischia il collasso e la sua popolazione di impoverirsi, con un tasso di disoccupazione che cresce vertiginosamente. Siamo nel 2008, la crisi mondiale fa tremare i mercati, gli stati e le popolazioni cominciano a realizzarne gli effetti nefasti. L’Islanda nazionalizza la sua banca più importante, la Glitnir Bank, la moneta crolla e lo Stato è ufficialmente in bancarotta. Intanto gli organi sovranazionali, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea su tutte, cominciano a pressare circa le misure da adottare per venirne fuori, spinte e sostenute da Gran Bretagna e Olanda, creditrici dei debiti accumulati dal Paese. La ricetta richiesta ha un prezzo troppo alto da pagare e l’Islanda rischia di dover subire una macelleria sociale come mai avvenuta nel corso della sua storia. I sacrifici chiesti alla popolazione sono troppo elevati e la gente non ci sta. Cominciano così le proteste che sfociano, nel 2009, con le dimissioni del premier Geir Haarde e del suo governo. Si ritorna così subito alle urne e il parlamento propone un provvedimento per ridimensionare il debito con Gran Bretagna e Olanda, che graverebbe sulle famiglie islandesi per ben 15 anni.

I cittadini non accettano questo ricatto e ritornano in piazza fino a costringere il governo ad indire, nel 2010, un referendum popolare di rilevanza storica: dare mandato al popolo sulla decisione di pagare il debito pubblico oppure no. Il Fondo Monetario Internazionale inizia, in un invano tentativo, a ricattare il governo islandese minacciando un embargo economico nel caso il referendum avesse avuto luogo. Con altre nazioni europee, e non solo, probabilmente il ricatto avrebbe sortito l’effetto desiderato dai poteri forti, ma non col Paese dove ha origine la nostra favola. Un Paese che concepisce la democrazia ancora come al servizio del cittadino e non dei mercati o delle banche. Il governo islandese va avanti per la sua strada e indice il referendum, che ha un risultato plebiscitario: il 93% dei cittadini dice che il debito non va pagato.

Si scatena un putiferio internazionale, seppur in un silenzio mediatico subdolamente pianificato, che porta innanzi tutto la sospensione del prestito da parte del FMI e l’isolamento economico e politico, principalmente da Olanda e Gran Bretagna, che etichettano l’Islanda come la Cuba d’Europa. A tutta risposta, gli islandesi fanno sapere ai fedelissimi della regina che è meglio essere la Cuba che la Haiti d’Europa. E promettono che questo è solo l’inizio di una rivoluzione civile che di lì a poco inizierà a concretizzarsi.

Prima di tutto, comincia la caccia ai colpevoli della crisi, molti banchieri lasciano l’isola ma molti altri vengono indagati e poi condannati. Chissà perché altrove i responsabili vengano invece aiutati con cospicui finanziamenti, verrebbe da chiedersi. Il popolo islandese decide che questa presa di posizione debba essere garantita anche per il futuro, per le nuove generazioni, e decide allora che bisogna riscrivere la Costituzione, con un metodo partecipativo che non ha eguali al mondo. Si utilizza il mezzo internet per riscrivere la carta nazionale, attraverso cui ognuno può dire la sua su ogni singolo articolo grazie ad un forum appositamente realizzato dal Governo. Le riunioni di consiglio vengono trasmesse in diretta streaming, per garantire la massima trasparenza. Ci vogliono mesi per realizzare la nuova Costituzione che risulta essere davvero innovativa e democratica, non solo per gli islandesi. Esempio:la carta garantisce a chiunque il diritto di informazione senza censura e pone le basi per discutere e poi approvare in parlamento uno scudo quasi totale a chi rivela notizie militari, segreti societari o di Stato. Tutto questo proprio nello stesso periodo in cui in Italia, con il governo Berlusconi, viene proposta la vergognosa legge bavaglio. Questione di punti di vista. E di democraticità.

L’Islanda oggi è una nazione in forte crescita, l’occupazione sta aumentando e la sua economia sta risalendo pian piano la china, facendo passi in avanti anche dal punto di vista sociale e della politica internazionale, come il riconoscimento dello Stato della Palestina, unico in Occidente. Tutto ciò senza aver svenduto la sovranità nazionale alle banche e ai poteri forti, a differenza di quanto sta succedendo in Grecia e in Italia. Forse anche per questo la favola islandese è rimasta chiusa entro i suoi confini, quelle acque gelate che circondano l’isola, perché nessuno al mondo sappia come nella terra del ghiaccio i draghi sono stati sconfitti.

Foto presa da: http://pixabay.com/it/reykjavik-mare-citt%C3%A0-islanda-268/

Precarizzazione travestita da flessibilita

Posted by on nov 24, 2011 in Dalla Rivista, Democrazia e Corpocrazia, Politica, Prima Pagina, Società | 0 comments

Foto di Andrea Baldo

Durante tutto il novecento intere comunità si sono sviluppate intorno alla fabbrica. Il taylorismo e il fordismo, più che gli urbanisti, hanno disegnato i perimetri di paesi e città nonché il modello delle relazioni sociali. In tutto il novecento padroni e operai, tanto per restare nelle categorie di quel secolo, si sono fronteggiati arrivando ad equilibri fluttuanti sulla base di lotte e repressioni autoritarie. In Italia la stagione delle lotte ha portato alla stesura dello Statuto dei Lavoratori, che non rappresenta solo un insieme di regole che disciplinano il rapporto tra lavoratore e capitalista, quanto l’insieme di diritti inalienabili che narravano prima di tutto della dignità dell’essere umano. Lo Statuto dei Lavoratori e i processi di partecipazione attiva che innescava, erano il sale stesso della Democrazia; i tratti di un Paese che lottava per crescere e per sancire la supremazia della persona e della comunità sugli interessi di parte. Successivamente, l’ampliamento dei mercati, la caduta del Muro, la storica decisione della Cina di aprire all’economia di Mercato e lo sviluppo dell’Asia più in generale, ossia il fenomeno chiamato globalizzazione, hanno messo in un angolo il novecento e quel modello di democrazia. È accaduto che la vecchia economia dell’Europa, adagiatasi sulle glorie del passato, ha ceduto il passo all’energia dei nuovi Paesi (India e Cina su tutti). Cosicché svanisce prima di nascere quello che Rifkin appena qualche anno fa (2004) aveva chiamato “il sogno Europeo” in contrapposizione alla demotivazione e all’apatia dimostrata dalla società americana, distratta ed appagata. I capitali sono fuggiti dove la manodopera costa meno e quelli che sono rimasti in Europa, ed in particolare in Italia, lo hanno fatto sulla base di un esplicito dictat: sopravvivere sul mercato internazionale unicamente scaricando sul lavoro il costo della competitività. Nel 1997 parte quindi l’opera di dismissione dello Statuto dei Lavoratori con il pacchetto Treu, votato da un governo di centro-sinistra che apre la strada alla stagione della precarizzazione travestita da flessibilità. Lo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori ha coinciso con l’inizio delle pagine più brutte della nostra democrazia. Il proliferarsi di tipologie contrattuali non ha fatto altro che smantellare il vincolo di solidarietà di lavoratori che si riconoscevano nella stessa condizione. Il lavoratore è solo, il suo contratto è costantemente appeso ad un filo; la sua possibilità di rivendicare diritti è pari a zero, la sua precarietà lavorativa è ben presto precarietà sociale, paura del futuro. Dopo circa trent’anni dalla deregulation made in USA, anche l’Italia e l’Europa (ad eccezione di alcuni Paesi dove forte è la protezione sociale), conoscono i poor workers. Si perde contestualmente qualsiasi propensione collettiva, si è immersi nel proprio io, ne risente il desiderio di partecipazione, di contribuire alla trasformazione sociale del proprio Paese. Ciascuno sente l’altro come un competitor; è il tripudio dell’individualismo. I poveri si fanno la guerra, i ricchi si organizzano, inscenano scaramucce mentre in verità si dividono il bottino in nome di un oligopolio che fa affari sul mercato dei beni, ma ancora di più su quello della finanza attivando processi speculativi senza scrupoli. La propaganda e la schiera di scrittori, opinionisti, giornalisti omologati fanno la corsa a decretare la fine delle ideologie. In un modello in cui non è più la politica a dettare le regole e la partecipazione è  minata dalla disinformazione, dal disinteresse e dalla paura, la democrazia esce con le ossa rotte. Oggi si lavora per consumare beni il cui bisogno è indotto dalla reclame dello show di cui siamo migliori attori non protagonisti. È l’offerta che fa la domanda: certo che possiamo scegliere, ma nell’omologato, nell’indistinto, tra le aziende che si organizzano e fanno cartello, creando un monopolio non statale, dove non esiste la concorrenza. La democrazia rappresentativa sembra essere giunta al capolinea, sovrastata dall’economia che usurpa la sovranità al popolo e la mette nelle mani dell’oligarchia. Le grandi società multinazionali partecipano e sono partecipate dagli stessi gruppi d’interesse. Murdoch, Gates e quelli come loro decidono il nostro futuro; ma chi li ha votati? Questa corpocrazia muove i fili della politica e la fabbrica più produttiva che ha messo in piedi è  senza dubbio quella del consenso.

La privatizzazione del servizio Idrico, dal caso Aprilia al tentativo acerrano.

Posted by on nov 24, 2011 in Acqua da tutte le parti, Acqua Pubblica, Dalla Rivista, Prima Pagina | 0 comments

L’acqua è un patrimonio dell’umanità e per questo è una risorsa che non può essere oggetto di proprietà privata. Nonostante l’impegno della società civile nella difesa dell’acqua contro le privatizzazioni, è opinione diffusa che la gestione idrica sia difficoltosa da sostenere per gli apparati pubblici, pertanto con la legge Ronchi si è stabilito che le società già quotate in borsa che si occupano della gestione di servizi idrici, la quota di capitale in mano pubblica non debba essere superiore al 30%, con l’obiettivo di porre fine alle inefficienze e diminuire le tariffe.
Di fronte alla privatizzazione di un elemento indispensabile alla vita le proteste non sono mancate, così come non mancarono ad Aprilia e in tutto l’Ato4 Lazio meridionale, quando nel 2005 la Conferenza dei Sindaci mise a gara la gestione del servizio idrico per formare una società mista.
La società vincitrice risultò essere la VEOLIA WATER, società francese leader nel settore della gestione dei servizi idrici delle collettività locali, per le industrie e per il terziario. L’Autorità d’Ambito dell’ATO4 risultò quindi essere fra le prime in Italia ad aver avviato la gestione del Servizio Idrico Integrato, come previsto dalla L.36/94 c.d. “Legge Galli”. La società mista che ne derivò, Acqualatina Spa, non fu accolta con entusiasmo dai consumatori del basso Lazio e non senza giusto motivo.
Come leggiamo dal dossier del Comitato Cittadino Acqua Pubblica di Aprilia, le tariffe dell’acqua ebbero una crescita esponenziale nel giro di pochi anni. Dal dossier emerge che una famiglia di Aprilia che annualmente consumava 190 metri cubi di acqua pagava al Comune nel 2004 122,17 euro. Soltanto un anno dopo la stessa famiglia vide aumentare sulla propria bolletta più di cinquanta euro, con un aumento del 68% annuo. Suc- cessivamente le bollette di Acqualatina sono accresciute notevolmente. Nel 2009 gli stessi 190 metri cubi hanno avuto un costo di 257,52 euro, con un aumento rispetto al 2004 del 110,8%.
Gli aumenti toccarono cifre vertiginose soprattutto per i commercianti, che videro aumentare le loro bollette fino al 403,59%. Per contrastare tali eccessi nacque il Comitato Cittadino Acqua Pubblica di Aprilia, che sin dall’inizio pose in evidenza il suo sconcerto verso il mancato ammodernamento degli impianti che la gestione privata aveva annunciato, verso gli investimenti non realizzati e soprattutto si impegnò a far luce sui passaggi che avevano portato alla nuova gestione. I cittadini, non informati delle nuove regole contrattuali, decisero di continuare a pagare l’acqua alle casse comunali secondo le vecchie tariffe. La reazione di Acqualatina, presieduta da Claudio Fazzone, senatore della Repubblica nelle fila del Pdl, già salito alla ribalta per avere osteggiato lo scioglimento del Comune di Fondi per infiltrazioni mafiose, non tardò a farsi sentire. Acqualatina si rivolse alla magistratura, facendo causa, staccando o diminuendo la pressione dell’acqua ai cittadini che continuavano a pagare al Comune, affidando ad Equitalia Gerit la riscossione dei crediti mancanti. Dopo anni di lotte il presidente del Consiglio Comunale di Aprilia ha ordinato la riconsegna dell’impianto comunale da parte di “Acqualatina Spa” con una delibera passata a larga maggioranza.
A questo tentativo disastroso di privatiz- zazione si è opposto un caso differente, quello di Acerra, quando, nel 2005 il sindaco del Prc, Espedito Marletta, concesse la gestione dell’acqua del proprio Comune alla Acquedotti Spa. Il tentativo del sindaco acerrano mostrò vantaggi per i consumatori. Infatti, abbassando i costi per la fornitura all’ingrosso, le tariffe dettagliate risultavano più contenute. Nonostante il risparmio, il sindaco Marletta incontrò le opposizioni del suo stesso partito e di molti cittadini, che isolarono l’iniziativa del primo cittadino perché da sempre impegnati nella difesa del diritto all’acqua pubblica.