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Precarizzazione travestita da flessibilita

nov 24, 2011 by

Foto di Andrea Baldo

Durante tutto il novecento intere comunità si sono sviluppate intorno alla fabbrica. Il taylorismo e il fordismo, più che gli urbanisti, hanno disegnato i perimetri di paesi e città nonché il modello delle relazioni sociali. In tutto il novecento padroni e operai, tanto per restare nelle categorie di quel secolo, si sono fronteggiati arrivando ad equilibri fluttuanti sulla base di lotte e repressioni autoritarie. In Italia la stagione delle lotte ha portato alla stesura dello Statuto dei Lavoratori, che non rappresenta solo un insieme di regole che disciplinano il rapporto tra lavoratore e capitalista, quanto l’insieme di diritti inalienabili che narravano prima di tutto della dignità dell’essere umano. Lo Statuto dei Lavoratori e i processi di partecipazione attiva che innescava, erano il sale stesso della Democrazia; i tratti di un Paese che lottava per crescere e per sancire la supremazia della persona e della comunità sugli interessi di parte. Successivamente, l’ampliamento dei mercati, la caduta del Muro, la storica decisione della Cina di aprire all’economia di Mercato e lo sviluppo dell’Asia più in generale, ossia il fenomeno chiamato globalizzazione, hanno messo in un angolo il novecento e quel modello di democrazia. È accaduto che la vecchia economia dell’Europa, adagiatasi sulle glorie del passato, ha ceduto il passo all’energia dei nuovi Paesi (India e Cina su tutti). Cosicché svanisce prima di nascere quello che Rifkin appena qualche anno fa (2004) aveva chiamato “il sogno Europeo” in contrapposizione alla demotivazione e all’apatia dimostrata dalla società americana, distratta ed appagata. I capitali sono fuggiti dove la manodopera costa meno e quelli che sono rimasti in Europa, ed in particolare in Italia, lo hanno fatto sulla base di un esplicito dictat: sopravvivere sul mercato internazionale unicamente scaricando sul lavoro il costo della competitività. Nel 1997 parte quindi l’opera di dismissione dello Statuto dei Lavoratori con il pacchetto Treu, votato da un governo di centro-sinistra che apre la strada alla stagione della precarizzazione travestita da flessibilità. Lo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori ha coinciso con l’inizio delle pagine più brutte della nostra democrazia. Il proliferarsi di tipologie contrattuali non ha fatto altro che smantellare il vincolo di solidarietà di lavoratori che si riconoscevano nella stessa condizione. Il lavoratore è solo, il suo contratto è costantemente appeso ad un filo; la sua possibilità di rivendicare diritti è pari a zero, la sua precarietà lavorativa è ben presto precarietà sociale, paura del futuro. Dopo circa trent’anni dalla deregulation made in USA, anche l’Italia e l’Europa (ad eccezione di alcuni Paesi dove forte è la protezione sociale), conoscono i poor workers. Si perde contestualmente qualsiasi propensione collettiva, si è immersi nel proprio io, ne risente il desiderio di partecipazione, di contribuire alla trasformazione sociale del proprio Paese. Ciascuno sente l’altro come un competitor; è il tripudio dell’individualismo. I poveri si fanno la guerra, i ricchi si organizzano, inscenano scaramucce mentre in verità si dividono il bottino in nome di un oligopolio che fa affari sul mercato dei beni, ma ancora di più su quello della finanza attivando processi speculativi senza scrupoli. La propaganda e la schiera di scrittori, opinionisti, giornalisti omologati fanno la corsa a decretare la fine delle ideologie. In un modello in cui non è più la politica a dettare le regole e la partecipazione è  minata dalla disinformazione, dal disinteresse e dalla paura, la democrazia esce con le ossa rotte. Oggi si lavora per consumare beni il cui bisogno è indotto dalla reclame dello show di cui siamo migliori attori non protagonisti. È l’offerta che fa la domanda: certo che possiamo scegliere, ma nell’omologato, nell’indistinto, tra le aziende che si organizzano e fanno cartello, creando un monopolio non statale, dove non esiste la concorrenza. La democrazia rappresentativa sembra essere giunta al capolinea, sovrastata dall’economia che usurpa la sovranità al popolo e la mette nelle mani dell’oligarchia. Le grandi società multinazionali partecipano e sono partecipate dagli stessi gruppi d’interesse. Murdoch, Gates e quelli come loro decidono il nostro futuro; ma chi li ha votati? Questa corpocrazia muove i fili della politica e la fabbrica più produttiva che ha messo in piedi è  senza dubbio quella del consenso.

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