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Tanti conflitti e nessun conflitto

giu 19, 2013 by

 

Di narrazioni sulle insurrezioni ne è piena la storia. Quando qualcosa non va più bene, il cambiamento arriva solo attraverso il conflitto sociale. Perché nonostante la crisi economica di così grande portata ciò non accade in Italia? Il titolo di questo breve articolo chiarisce sin da subito che non si vuole negare, ne tantomeno sminuire, il grande valore di focolai di resistenza, di lotte vertenziali, di aspre rivendicazioni per il diritto al lavoro, alla casa, alle cure e all’istruzione che si sono sviluppati su tutto il territorio nazionale. E’ però urgente interrogarsi sui motivi per cui le tante lotte non diventano conflitto generale. La riflessione più scontata è che manca un soggetto politico di classe. Allo stesso tempo ciò significa affermare, con altrettanta scontentezza, che il Partito Democratico non è questo soggetto. Di contro, la costellazione di piccoli partiti, e movimenti di sinistra e/o comunisti, combattono con le lance spuntate. L’altra considerazione, anche questa scontata quanto amara, riguarda il ruolo del sindacato.

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Negli ultimi anni si sono perse migliaia di migliaia di posti di lavoro, le condizioni dei lavoratori sono peggiorate sia sul versante dei diritti sia, normale conseguenza, sul versante dei salari. La flessibilità in uscita non ha dunque portato alcun beneficio e viceversa la condizione di precarietà dei lavoratori è divenuta strutturale. La mancanza del lavoro stabile e l’aumento della disoccupazione associata alla cronica piaga del lavoro nero hanno inferto un duro colpo al sistema contributivo. Le pensioni diminuiscono, l’età pensionabile aumenta e per molti non c’è alcuna prospettiva di pensione. Cosa dovrebbe accadere perché un sindacato si decida a convocare un sciopero generale? L’impressione è che la CIGL si avvii a consegnare la propria funzione alla storia inaugurando l’era del sindacato giallo. Spero di sbagliarmi oggi e non di essermi sbagliato qualche anno fa  quando ero convinto che mai l’esperienza del sindacato italiano avrebbe fatto lo stesso percorso di quello statunitense. Nessuna generalizzazione della lotta, nessuna possibilità di vittoria. Divide et impera. E’ ciò che ha fatto il neoliberismo, prima dividendo i lavoratori in tipologie contrattuali e poi presentando la graduale riduzione dei diritti come il prezzo del lavoro contrapponendo i tutelati ai disoccupati, i padri ai figli. La scelta del più grande sindacato dei lavoratori di estremizzare la concertazione (fenomeno evidente sui territori più che a Roma) e puntare sulla riformabilità del capitalismo si è così scontrata con la realtà. La conseguenza è che oggi un mitomane divertente può dire che il sindacato va superato e prendere una montagna di voti.

In ultimo c’è il tema della partecipazione e della rete quale viatico per la generalizzazione del conflitto a partire dalla condivisione di conoscenza e pratiche. Ma, nonostante il web, i vari movimenti di cittadinanza attiva sviluppatisi intorno a vertenze estremamente importanti rischiano di ritrovarsi in uno splendido isolamento fatto di twitt e mi piace. La lotta nei territori non è contro il capitalismo astratto, è contro quello ben tangibile che picchia con i manganelli della Polizia di Stato in Val di Susa e a Pomigliano, sguaina la retorica della sicurezza a Niscemi o si serve della criminalità organizzata per violentare le terre del mezzogiorno d’Italia. Questo senso di isolamento in cui si trovano spesso intere popolazioni che difendono il proprio territorio è dovuto alla mancanza d’impegno civile più generale. Per milioni di cittadini astenersi dalla politica vuol dire astenersi dagli aspetti più bassi delle lotte intestine nei partiti e nella vita della cosa pubblica, nel mentre lo fanno si astengono anche dal determinare il proprio futuro. Il principio fallimentare della pura delega e l’occultamento attraverso la propaganda delle ragioni vere della crisi indeboliscono ulteriormente la reazione. La cosa più semplice da fare è pensare che il problema risieda  nei protagonisti di questa o quella stagione politica e non complessivamente nel modello di sviluppo. L’ultima volta in cui si è declinata questa esemplificazione il prodotto fu Silvio Berlusconi. Oggi, epoca in cui i flussi sono veloci come i clic del mouse, Grillo rischia di avere ragione quando dice che è grazie al suo movimento che si contiene l’insurrezione. Stessa esemplificazione, stesso problema: il sistema di sviluppo non è in discussione.
Quando si parla del superamento del capitalismo la reazione è un misto tra incredulità e ilarità. Certo è il segno di una vittoria culturale netta che il neoliberismo ha brillantemente ottenuto, ma è anche segno di una profonda difficoltà nell’elaborazione di una proposta di alternativa. Ciò equivale a dire che non vi è lo sbocco politico del conflitto e dunque esso non può essere generalizzato. Insomma più partecipazione e più lotta ma per fare cosa? Se il conflitto non vuole  l’esplosione di rabbia per le profonde disuguaglianze che affamano interi popoli occorre lavorare duramente per generalizzarlo e dare risposte a queste domande.

 

Gabriele Gesso

 

foto di Andrea Baldo

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